Angelo Calabrese
L’esorcizzazione-denuncia approda a un’espressività figurale che, in un particolare esasperato, domina lo spazio significante: tutto appare di soglia e in evidenza, sicché il gioco dell’esorbitanza surreale investe, di sorpresa, lo sguardo che investiga l’accaduto che sta accadendo, l’azione che continua e, quindi, viene denunciata su un fondale nebuloso.
Un brulichio di presenze e la pienezza del nulla; pensieri smarriti in un immaginario che affascina e sgomenta; uno scivolo stretto, a imbuto: il destino. Una fame di porte che risucchiano chissà dove l’ansia di vivere; la porta che inverte, nella stasi, l’estasi prima che sia battito e respiro: occhi giudici che indagano mani d’azione, le vie oscure delle condanne senza appello.
Intanto la vita fugge e i grumi dei sentimenti si stancano alle soglie inesorabili, con ingressi e uscite severamente sorvegliati da guardiani che tra di loro non si conoscono e che assolvono la medesima funzione: sei chiamato all’azione e, come agisci, sei condannato; di qua o di là, la condanna è sicurezza d’imparzialità.
Gianni Liotti non poteva essere che uno “sfrattato” della prima ora: al manifesto degli Sfrattati di Testa doveva essere tra i firmatari, perché la sua accensione d’entusiasmo e la consapevolezza della routine, che stanca la verifica, gli confermavano l’incessante di una forza naturale che perpetua lo sfratto, cioè l’estromissione dagli spazi ambiti nei quali è difficile restare.
Dal grembo materno alle case archetipiche, dal ponte e dalla piazza, dal trono e dall’altare, dall’Olimpo e dal baratro: l’andirivieni — fuga in avanti o regressione non importa — dondolo o scivolo poco conta, immersione o emersione è falsa questione. Urge e incalza lo sfratto.
E uno “sfrattato di testa”, pur sulla barricata del senso-intervento nel sociale, sa che l’avanguardia è solo anticipo della restaurazione, perché quello che, in prima persona, abbiamo definito “virus della storia”, tutto riconvergerà nell’azione di sfratto.
Gianni Liotti allora compiange i fiori stremati, ironizza ed esacerba, rivendica, ride della supremazia architettata e cerca splendori di natura, arrestandosi appena lo coglie la muta vertigine, il “turno” che egli avverte nella tregua e nell’apparente serenità. Il presagio di sfratto lo rende lieto, pensoso, ribelle, assuefatto, indaffarato, inquieto, sospeso: insomma, mai indifferente.
Il limite è una soglia: accoglienza e addio, porte e finestre spalancate.
Un artista difficile, astioso alla casualità, agli sgusciamenti, alla freddezza; amante dell’incompiuto forse, che pur tra opache prospettive — spazio, architettura, umanità — è sfinge magari, ma fonte di ripresa, come ogni segno minimo.
Forse questa esigenza di soglia — bianco/nero, freddo/caldo — gli fa caro l’interrogativo del limite, che in fondo altro non è che una soglia alla quale perviene il filosofo o lo scienziato, l’uomo feriale o quello festivo, il sospiro quotidiano perpetuo o l’illusione travestita di certezza: e ciascuno sempre mendicante di verità.
Il limite ama il ruvido-morbido, il bacio d’accoglienza e l’abbraccio dell’addio: di qua e di là, sempre con porte e finestre spalancate, con la certezza di chi conta le stelle e la fantasia di chi si fa i conti in tasca.
I colori devono fumigare per forza? L’espressione trionfare negando la comunicazione? Problema di sintonia: se la linea è libera, qualcuno dovrà pure dare il segnale; poi la risposta sarà d’accettazione o ripulsa, l’una si invererà nell’altra; lo sfratto continua.
Del resto, tra i dodici che si inseguono in cerchio, sicché l’anno solo possa mordere la coda, ci deve essere sempre un mese che tradisce. Giuda è la soglia; la rivoluzione continua dove s’impone la restaurazione.
Gianni è guardiano alle soglie della piatta verticalità dei nostri desideri: chi li libera li imprigiona; basta festeggiare l’innocenza per farla astuta.
Gianni un giorno dipingerà il doppio d’ogni cosa e scioglierà il mito di Giano, che sa — e può — contemporaneamente essere custode di pace e di guerra: per quel dio la soglia non è limite.
