Per questo artista l’arte non è una scelta, ma una condizione dell’essere. Architetto di formazione, manipola pietra, ferro, colore e pensiero come ingredienti da dosare con cura, convinto che il “fare” – soprattutto materico – sia già un atto creativo. Tra ironia, disincanto e tensione interiore, la sua ricerca attraversa figurazione, grafica e materia, interrogandosi sul senso stesso dell’arte nel tempo presente.
Lilium, dittico, tecnica mista su tavola e foglia oro, cm 127×112
Quando e come hai compreso che l’arte sarebbe stata una parte centrale della tua vita?
Crescendo ho capito che l’arte coincide con la vita stessa. Non si sceglie di essere artisti: l’arte è insita in ogni gesto. Manipolare pietra, ferro, cemento o colore – come impastare una pizza nel forno a legna – è per me un atto creativo. Forse la mia formazione da architetto mi ha portato a vivere così il “fare”.
Qual è stato il tuo primo incontro significativo con l’arte, quello che ti ha segnato maggiormente?
Quando, invece di fare i compiti, preferivo dipingere di notte. Andavo a scuola impreparato, ma con la soddisfazione segreta di aver espresso ciò che non riuscivo a comunicare a parole.
In che modo la tua formazione (accademica o autodidatta) ha influenzato il tuo linguaggio artistico?
Paradossalmente è stato il linguaggio artistico, già presente in me, a orientare le mie scelte formative. Mi ha aiutato sul piano grafico, materico, formale, storico e filosofico.
Quali sono i temi principali che attraversano la tua ricerca artistica?
Temi sociali, figure quasi umane, volti espressivi, paesaggi inattesi, con una forte componente grafica e materica.
Che ruolo ha l’esperienza personale nel tuo processo creativo?
L’esperienza conta, ma è soprattutto il percorso interiore a incidere. Anche il mio lavoro nell’ambito alberghiero, a contatto con molteplici umanità, ha sedimentato immagini e vissuti che riemergono in forma artistica. L’arte è una rielaborazione inconscia di ciò che si vive, una valvola di sfogo che interroga il senso stesso dell’esistenza.
Come nasce solitamente un’opera: da un’idea concettuale, da un’emozione o da una necessità espressiva?
Nasce quando un’esperienza o un pensiero riaffiora e trova la via espressiva più adatta. In quel momento mano, materia e coscienza diventano un tutt’uno.
Quanto conta per te la tecnica rispetto al contenuto dell’opera?
Quando si è padroni del segno, la tecnica passa in secondo piano: il contenuto diventa centrale.
Come scegli i materiali, i soggetti o i linguaggi che utilizzi nel tuo lavoro?
È la sensibilità a suggerire il supporto più adatto. Lo stato d’animo guida la scelta: un segno può essere inciso, fumoso, leggero come un acquerello o corposo e tragico.
In che modo il tempo e la società contemporanea influenzano la tua produzione artistica?
Ogni artista esprime il proprio tempo. Oggi, però, l’arte sembra esistere solo se esposta e venduta. Se non sei decorativo o commerciale, rischi di non avere spazio, soprattutto quando il linguaggio è graffiante e scomodo.
Idraulico, olio su tela, cm 50×150
C’è un’opera che consideri particolarmente rappresentativa del tuo percorso e perché?
Non una sola opera, ma un percorso evolutivo: dalla mimesi figurativa dell’infanzia a forme più sintetiche e materiche. Un cammino simile a quello della storia dell’arte, dai graffiti all’astrazione.
Quali artisti o movimenti hanno avuto un’influenza determinante sulla tua ricerca?
Da giovane gli Impressionisti, poi Francis Bacon, l’aeropittura futurista, Giacometti e, più recentemente, Papetti.
Che tipo di dialogo desideri instaurare con l’osservatore delle tue opere?
Non cerco un dialogo costruito: chi guarda è libero di pensare ciò che vuole. L’opera deve parlare da sé.
Ritieni che l’arte abbia oggi una funzione sociale, culturale o politica?
Sì, ma spesso ridotta a dinamiche di mercato. Se non si rientra in certi circuiti, si rischia di essere invisibili.
Come vivi il rapporto con il mercato dell’arte e con le dinamiche espositive?
In modo piuttosto critico: lo trovo un sistema costoso e complesso.
Quanto è importante per te il confronto con contesti e pubblici internazionali?
Non amo molto i confronti: mi interessa restare fedele a ciò che sento e vedo.
Come affronti i momenti di crisi o di blocco creativo?
Mi dedico ad altro: cucino, progetto, disegno, seguo cantieri, faccio sport. Anche queste attività nutrono indirettamente la creatività.
Che rapporto hai con la critica e con il giudizio esterno sul tuo lavoro?
Dipende da chi guarda. Finora non ho avuto grandi riscontri e non saprei valutarne l’effetto.
Cosa significa per te essere un artista oggi?
Spesso significa sentirsi un illuso. Non mi presento come artista: nemmeno gli amici sanno che dipingo da sempre. È una dimensione privata, quasi segreta.
Su quali progetti o ricerche stai lavorando attualmente?
Dopo esperienze pittoriche, audiovisive e grafiche, oggi mi sto orientando maggiormente verso una ricerca materica, come simbolo concreto di una realtà sempre più virtuale.
Quali direzioni immagini per la tua ricerca artistica nel prossimo futuro?
Resto aperto a diversi generi, con l’auspicio che la mia poetica diventi sempre più consapevole e significativa.
